Sul fare della canna
Le goffe avventure di una piccola brico-slave
di ladybird  - Letto 12495 volte.


E’ passato un anno da quella prima volta. Un anno di sensazioni nuove, di limiti superati, di splendide emozioni.
Sentivo il bisogno di festeggiare questo primo anniver(sm)ario con un dono speciale, oltre a me stessa, per il mio Padrone. E pensa che ti ripensa sono arrivata alla conclusione che l’idea migliore sarebbe stata quella di regalargli un oggetto fatto da me, che contenesse il mio tempo ed il mio impegno.
Potevo limitarmi ad un dolce o una scatola di biscottini? Giammai! E siccome un porta-flogger con sopra ricamato “il mio Padrone” a punto croce non mi pareva adatto eccomi partorire l’idea sm: un cane! In effetti non ne abbiamo mai avuto uno e le mie tenere carni non ne hanno mai assaggiato il sapore.
Cominciando a scavare nei meandri della memoria trovo sprazzi di articoli letti qui e là su internet, in tutti questi mesi di assidua e curiosa frequentazione, e ricostruisco più o meno le fasi dell’operazione: una stecca di bamboo o di giunco, un bagno nell’acqua, scartavetratina e verniciatina.
Ok, sono decisa, mi costruisco un virtuale cappello di fogli di giornale e parto per la prima fondamentale tappa: il reperimento della materia prima.

Mi dirigo subito in un vivaio, individuo la zona vasi et similia ed ecco un cestino bello pieno di sostegni per piante. Ma non c’è giunco, solo bamboo. Comincio a prendere qualche cannetta piccolina, ne saggio la flessibilità e devo dire che sono davvero dure, mi guardo intorno con aria circospetta e comincio a fenderla nell’aria come un piccolo Zorro, poi la provo sulla mia coscia. Ahi. Mi sembra dura da morire, non mi convince molto ma non c’è alternativa: devo sceglierne una.
Passo una decina di minuti tirandole fuori una per una per controllare qual è la più dritta, poi quando la mia presenza vicino alle canne può cominciare a diventare sospetta faccio la mia scelta: eccola, è lei, la più dritta di tutte.
Tralascio la fase in cui ho cercato di pagare 40 centesimi di canna con una banconota da dieci euro al povero vivaista che mi ha concesso credito, e con la mia cannetta mi dirigo verso casa, e visto che non abito da sola davanti al portone sono costretta a spezzarla e ad infilarmela nella manica della giacca, meno male che ancora non fa troppo caldo.

Con braccio rigido mi chiudo nella mia stanzetta e mi si propone un problema serio: dove la metto a mollo? La vasca ovviamente non posso usarla, una bacinella è troppo piccola...che fare? Ma ecco che mi cade l’occhio su un paio di preziosissimi oggetti: due contenitori di plastica, di quelli con le rotelle per il cambio di stagione, sistemati sotto il letto. Ne svuoto uno e lo porto in bagno, ci metto un po’ di acqua, rimango incastrata nella porta perché il contenitore è più largo, faccio accidentalmente cadere l’acqua, torno indietro a rimetterla, e mentre l’acqua ondeggia qua e là finalmente con mossa delicata supero due porte e rimetto il contenitore al suo posto, sotto il letto.
Infine scelgo l’Odissea da infilargli sotto, da un lato, in modo da creare una pendenza ed assicurare l’ammollo.

Mi sembra già di essere a buon punto dell’opra quando un bel giorno in chat cambio il mio nick in ladybird_brico e chiedo un po’ di consigli in giro. L’ esito è sconfortante: niente bamboo ma giunco o midollino di rattan (che siano la stessa cosa?) che dovrebbe stare a bagno in acqua per almeno due mesi. (A proposito...grazie a tutti coloro che mi hanno dato consigli!)
Mogia mogia mi guardo la cannetta galleggiante ormai convinta che non sarà lei a darmi gioie e dolori, soprattutto dolori. Ma ho bisogno di altri consigli e mi rivolgo al world wide web munita di un’arma micidiale: google in inglese con chiave di ricerca “how to make a cane”.
Dopo aver peregrinato, raminga, in vari siti di giardinaggio finalmente trovo quello che mi serve: un articoletto con poche e, sembrano, semplici istruzioni. Ma assalita dalla pigrizia mi rivolgo ad un perfido alleato: il traduttore online Babel Fish, e quello che ne viene fuori vale la pena di essere letto.

“Sul Fare Della Canna”

Ho insegnato i codici categoria sul fare e sul preoccuparsi per le canne.
1. Impregni il ratan nella vasca da bagno per parecchie ore che permetteranno che la raddrizziate.
2. Tagli in lunghezze.
3. Oscilli la canna, usando ogni estremità per vedere dove la maniglia dovrebbe essere. Ci è definatelly un'estremità errata e destra. Solitamente, ma non sempre, usi la testa di biella per la maniglia.
4. Smergli l'estremità della canna in un tondo e smergli l'albero in cui "gli urti" sono.
5. Vernici la canna. Dovrebbe essere verniciata parecchie volte usando una vernice marina.
6. Sposti l'estremità della maniglia con nastro adesivo ed allora rivesta di pelle. Usando il doppio ha parteggiato nastro aiuterà il bastone di cuoio sul posto. Ciò è dove la vostra abilità artistica entra giocare.

Impiego i successivi cinque minuti ad asciugarmi le lacrime dagli occhi e a cercare di placare le risate.
Rileggo con attenzione e stabilisco che non sono sicura di saper riconoscere la testa di biella da usare per la maniglia, così torno sulla versione inglese che scopro essere perfettamente comprensibile anche per la mia preparazione scolastica, ovviamente non prima di aver salvato questa chicca.
In ogni modo “sul fare della canna” mi ha dato un’ulteriore conferma: rattan. O midollino, o giunco...insomma qualcosa di più morbido e flessibile del bamboo.

Prendo la mia vetturetta e mi dirigo non lontano da casa: ho già individuato una sorta di baraccone in periferia che vende esclusivamente oggetti di vimini.
Nel tragitto penso a cosa dire al commerciante artigiano in caso di domanda indiscreta. A cosa mi serve? Generico: un lavoro di bricolage. Teatrale: materiale di scena per una recita. Pedagogico: lavoretti da far fare ai bambini. Botanico: un archetto per la mia rosa rampicante.
Ma le mie fantasiose ipotesi crollano all’improvviso davanti all’atroce scoperta: il midollinaro ha chiuso. Il baraccone c’è ancora ma è tristemente vuoto.

Ma la piccola brico-slave non si perde d’animo e tornata su google scopre un negozio un po’ più lontano da casa. Riprendo la vetturetta e mi dirigo in zona e con sommo gaudio scopro non uno ma almeno tre negozi-laboratori uno accanto all’altro.
Entro in uno di questi che ha esposto un invitante cartello con su scritto, fra le altre cose, “materie prime”. Chiedo una stecca di giunco o rattan grezza.
Il ragazzo fortunatamente in quel momento ha altro a cui pensare e non mi fa domande, va in laboratorio e torna con un paio di lunghi bastoni di un centimetro di diametro, uno “sbucciato” e uno ancora con i nodi.
Non so bene quale sia il motivo del termine sbucciato ma, ahimè, lo scoprirò presto. Scelgo quello senza nodi e il ragazzo tiene a dirmi che è flessibile, agitandolo nell’aere, e io lo rassicuro dicendogli che proprio così mi serve. Costo: 50 centesimi (e tra parentesi non avevo spicci neanche questa volta...vabbè...)

Il rientro a casa è più difficoltoso, il giunco è lungo più di un metro e non lo posso spezzare facilmente, quindi mi acquatto tra le frasche e me lo infilo dentro una gamba del pantalone.
Ringraziando il cielo l’ascensore è libero, non avrei mai potuto fare le scale senza piegare il ginocchio, ma finalmente lo tiro fuori e me lo rimiro orgogliosa, lo riconosco: è lui!

E adesso vengono i dolori...eh sì, perché un centimetro di diametro mi sembra davvero tanto, voglio ridurlo in spessore, oltre che in lunghezza. Misuro una settantina di cm e taglio l’eccesso con un coltello seghettato e poi mi appresto alla scartavetratura.
Dopo una mezz’oretta e un crampo al muscolo del braccio mi rendo conto che in questo modo, come si dice a Roma, “nun affitto più”. Devo cambiare metodo.
Allora mi procuro un coltellino dalla lama corta, di quelli che servono a pelare le patate, mi siedo con le gambe aperte ed il giunco in mezzo, appoggiato a terra sulla punta e comincio a tirare via dei riccioli di giunco con il coltellino, con un movimento dal basso verso l’alto.

Mentre smusso la punta mi sento tanto Petar che scolpisce animaletti di legno per la sua amichetta, lassù sui monti. Dopo un tempo che non saprei definire mi guardo intorno pensando di vedere caprette che fanno ciao e invece con orrore scopro che tutti gli oggetti intorno a me, tutti, nessuno escluso, sono completamente coperti da uno strato uniforme di polverina color ecrù, che d’estate va sempre tanto di moda.
Ma non mi importa...continuo sicura fino a che lo spessore non mi sembra adeguato, e fino a che non mi accorgo di essere finita dentro ad una nuvoletta di truciolini.
Tutto intorno a me è ovattato, ma scopro ben presto che è un’illusione ottica data dal fatto che anche le lenti dei miei occhiali da miope sono ricoperte di polverina. Adesso capisco anche perché Geppetto portava gli occhiali, appunto, alla geppetto: per non perdere il contatto visivo con la realtà.

E adesso arriva la scoperta del significato del termine sbucciato. Mi accorgo che il giunco è fatto di tante fibre longitudinali e che per diminuire lo spessore andrebbe, per l’appunto, sbucciato ovvero andrebbero tolte le fibre più esterne per tutta la lunghezza. vL’operazione che ho fatto io invece ha prodotto un effetto catastrofico, avendo rotto le fibre adesso spuntano fuori tutti “peletti” terribilmente antiestetici, mi armo di carta vetrata ma il risultato non migliora: il mio cane è peloso.

E allora adotto lo stesso metodo usato per i peli superflui: scarto il silkepil e scelgo la pinzetta. Con pazienza tolgo tutte le fibre parzialmente staccate e quando finalmente il cane è depilato gli faccio fare un bel bagno nel solito contenitore. L’avventura è quasi finita, il peggio è passato.

Purtroppo non ho due mesi di tempo, e così dopo un paio di giorni passati a bagno procedo alla verniciatura, con un flatting di cui ho giustificato la presenza promettendo il restauro di quattro mobili di vimini in terrazzo.
Passo qualche giorno dando svariate mani di vernice ed intanto mi perdo in una serie di stradine alla ricerca di quel negozietto che vende forniture per pellettieri. Questa volta l’acquisto è più semplice, devo spiegare al commesso che mi serve una striscia di cuoio fina e stavolta alla domanda su cosa mi serva rispondo senza troppe remore: devo rivestire il manico di un bastone. Per 2 eurini e mezzo compro il mio pezzo di pelle e quando l’ultimo strato è asciutto mi armo di forbici e di colla “artiglio”.
Dopo aver sparso colla sul tavolo e sul mouse del pc mi accorgo che se con le mani sporche di colla tocco la pelle e poi il cane lascio delle belle orme nere sulla mia preziosissima creatura. Dopo averlo accuratamente ripulito passo all’azione: tiro un po’ la pelle e la attorciglio interno al manico (che sia questa la testa di biella??) e finalmente l’operazione è conclusa.
E ne sono soddisfattissima.

Manca solo un ultimo tocco. Frugo in un cassetto pieno di cianfrusaglie e trovo una piccola coccinella di legno, rossa.
La incollo sull’estremità del manico, è la mia firma. Ladybird, coccinella.
Vuol dire che lo deve usare solo su di me, vuol dire che l’ho fatto per Lui, vuol dire che questo è stato un anno speciale.
Forse, anzi sicuramente, quest’oggetto non può competere con quelli acquistati nei negozi specializzati e realizzati da professionisti, forse questo piccolo parto delle mie mani giacerà sul fondo di un armadio, forse non verrà mai usato su di me, forse mi pentirò di averlo costruito, ma di certo è il mio modo più spontaneo e genuino per dirglielo.
Grazie, mio Padrone.






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