In una calda notte d'inverno
di ladybird  - Letto 13235 volte.


Fa caldo qui, o forse sono io. In un agitato dormiveglia mi giro e mi rigiro nel letto, le lenzuola arrotolate attorno alla gamba sembrano i rami tentacolari di alghe marine, che si avvinghiano e cercano di portarmi giù, verso un fondo scuro.
Mi scuoto, lotto con le alghe, le tiro via, le allontano con i piedi e rimango supina, gambe e braccia aperte, a guardare il soffitto dove si delinea, ancora una volta, la tua immagine. Chiudo gli occhi per non vederti ma è impossibile, tu sei dentro di me.

Ad un tratto sento qualcosa in lontananza, sono gemiti, sospiri di piacere, mi sembrano i tuoi e i suoi. Tendo le orecchie nel buio della notte, è reale ciò che sento o è la mia mente che si prende gioco dei miei sensi?
Rimango ferma, chiudo gli occhi e ascolto. No, non mi sono sbagliata.
Mi alzo e mi avvicino alla finestra: adesso sono più distinti, più reali, più dolorosi. Un attimo di incertezza mi coglie, so cosa dovrei fare, dovrei tornare a letto, mettere la testa sotto il cuscino e lasciare che le alghe mi trascinino nel sonno, senza pensarci, senza pensarti. Ma sento che ho voglia di farmi del male e scavando nel mio masochismo trovo anche una goccia di speranza: magari non siete voi, magari è un'altra coppia, magari voi state solo dormendo.

In preda ad uno strano stato di ansia ed eccitazione mi muovo tra i mobili di vimini del mio bungalow ed arrivo all'ingresso. Tremando appoggio la mano sulla maniglia, lentamente la giro ed apro la porta. Ecco, adesso i gemiti sono più vicini.

Ferma sulla soglia mi guardo intorno.
La luna è quasi piena, si sta specchiando su un mare calmo. La spiaggia lo accoglie su di sè e lui si avvicina e sia allontana, salutandola con piccole increspature ed un timido mormorio.
Quante volte ho visto un'immagine così sulle riviste, sulle cartoline, sui muri di agenzie di viaggio, su manifesti in cui si promette il piacere di vivere per qualche giorno in un paradiso terrestre.
Poi quell'idea buttata lì, quella sera, confusa sul tavolo tra i dolci e i liquori. Un bel viaggio tutti insieme nei mari tropicali, il solito gruppo di amici che decide di andare in trasferta nell'altro emisfero, perché no? Magari in inverno, quando tutti lottano contro il freddo armati di guanti, sciarpe e cappelli di lana.

Sì, ottima idea, ma perché hai portato lei? Non c'entra niente con noi, non c'entra niente con te. E' solo un'estranea, non lo capisci? Solo un'estranea.

D'improvviso mi scuoto, ho deciso che voglio guardarvi. E' tutta colpa tua, tutta colpa della voglia che ho di te: è troppo forte, non riesco più a combatterla, stravolge la mia mente, uccide la mia ragione e non mi permette di proteggere me stessa dal dolore.

Mi muovo piano nella notte.
Giro intorno alla mia piccola casa e cammino silenziosa sul vialetto che la divide dalla vostra. Davanti a me, su un lato, posso vedere la vostra finestra illuminata e di fronte, dall'altra parte del viale, un basso muro di pietre, contenimento di un verde e rigoglioso giardino.
Avanzo ancora un po' e poi mi arrampico sul muro, carponi mi faccio strada tra le foglie fino ad arrivare davanti alla finestra.

Mi siedo tra le piante, piego le gambe e le stringo al petto appoggiando il mento alle ginocchia. La finestra è spalancata, l'abajour sul comodino illumina la stanza di una luce calda e tenue. Adesso posso anche guardare, oltre che sentire. E allora guardo.

Guardo il tuo torace liscio, lucido di sudore e le sue mani che lo accarezzano, che stuzzicano i tuoi capezzoli, guardo i tuoi occhi chiusi e la bocca semiaperta, la sua lingua che a tratti ci si insinua e rompe la musica dei tuoi lamenti.
Guardo le tue mani aperte che scivolano sui suoi fianchi, che stringono la sua carne, poi risalgono verso la schiena e la accarezzano mentre lei si china su di te, mentre il suo seno sfiora il tuo petto, poi si avvicina alla tua bocca lasciando che la tua lingua assapori i capezzoli, tu li stringi appena fra le labbra e poi butti indietro la testa mentre i suoi fianchi danzano sopra di te con un ritmo lento e dolce.
Guardo corpi che scivolano uno sull'altro, mani che si cercano, bocche che si assaggiano, lingue che gustano avide là dove le mani hanno appena carezzato, poi palpato, poi stretto.

Sento il mio cuore che si abbandona piano ad un dolore sordo e che lentamente perde vita, come se stesse diventando solo arida creta in cui ogni vostro sospiro apre una nuova crepa.
Sì, polvere. Il mio cuore sta diventando polvere, spazzata via dallo stesso vento che mi porta i vostri lamenti.
Apro piano le gambe e vi insinuo una mano.
Dio, quanto sei bello. Sapevo che dovevi essere così bello nel fare l'amore. Sapevo che i tuoi occhi avrebbero avuto una luce diversa e che la tua bocca sarebbe diventata più rossa.
La mia mano si muove al ritmo dei vostri corpi, alla ricerca di un piacere che non voglio ma che non riesco a respingere. Le dita si fanno strada fra le mie labbra umide mentre è il tuo sesso che apre le sue, che entra ed esce con una lentezza per me esasperante.

Lacrime copiose rigano il mio viso e mentre un orgasmo muto e rabbioso si avvicina, nella mente ho un solo pensiero che mi martella senza tregua - Signore, ti prego, fa che stia pensando a me, ti prego, ti prego, fa che stia pensando a me, fa che stia pensando a me...
Il piacere, triste e violento, mi travolge, la mia bocca si spalanca in un urlo silenzioso, le lacrime bagnano di sale le mie labbra e scivolano via lungo il collo.
Abbasso la testa sulle ginocchia e aspetto. Adesso non voglio più guardare.
Con gli occhi chiusi e il corpo scosso ascolto i tuoi gemiti crescere, diventare più forti, più profondi, fino ad esplodere in brevi urla strozzate.
La tua voce. Questa è la tua voce, ed è bellissima.

Ecco, adesso è tutto finito, i vostri sospiri lentamente si placano, adesso posso di nuovo sentire il mormorio del mare e la brezza che accarezza le foglie. E' tutto finito.
Mi volto a contemplare il paradiso in terra. Il velo di lacrime che copre i miei occhi trasforma i punti delle stelle in tante candide croci.
Maledetto mare, maledetta luna, maledetto cielo.





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